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C&C - fascicolo di Marzo/Aprile 2026

CEPI chiede una riapertura mirata della Direttiva EU ETS prima del 2030

L’industria europea della cellulosa e della carta sollecita un ricalibramento del sistema ETS per tutelare la competitività della bioeconomia circolare senza compromettere gli obiettivi climatici.

Investimenti in efficienza energetica e decarbonizzazione sono centrali per la competitività del settore cartario nel quadro ETS.

Cepi riunisce le industrie della cellulosa e della carta di 19 Stati membri, rappresentando quasi 850 stabilimenti per la produzione di pasta, carta e cartone, tra cui circa 140 bioraffinerie in Europa. Il settore impiega direttamente circa 175.000 addetti e nel 2024 ha generato un fatturato di 95 miliardi di euro.

Ogni anno investe oltre 5 miliardi di euro, principalmente in energia pulita e soluzioni di decarbonizzazione, svolgendo un ruolo centrale nella bioeconomia circolare europea attraverso prodotti a base di fibra legnosa rinnovabile, riciclabile e di provenienza locale.

L’industria europea della cellulosa e della carta sostiene pienamente l’obiettivo dell’UE della neutralità climatica al 2050. Partecipando al Sistema europeo di scambio delle quote di emissione (EU ETS) sin dalla sua introduzione, il settore ha già ridotto le emissioni di gas a effetto serra di oltre il 50% rispetto al 2005. Per continuare il percorso di decarbonizzazione mantenendo la competitività in un contesto globale complesso, è però necessario evitare un ulteriore deterioramento delle condizioni operative.

Senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi climatici europei, Cepi chiede una riapertura mirata della Direttiva EU ETS prima del 2030, al fine di ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni (carbon leakage) e salvaguardare la competitività della bioeconomia circolare europea. In un contesto economico in peggioramento, l’associazione sollecita l’eliminazione degli elementi del sistema ETS che aumentano l’esposizione ai costi del carbonio, impongono oneri amministrativi non necessari e penalizzano gli investimenti in decarbonizzazione.

Pur nel rispetto del tetto massimo di emissioni stabilito dal sistema ETS, Cepi propone ai decisori politici di:

  1. Congelare i valori di benchmark 2021-2025 applicandoli invariati al periodo 2026-2030, per evitare un inasprimento basato su presupposti superati e garantire prevedibilità agli investimenti.
  2. Eliminare l’esclusione dal sistema ETS legata alla soglia del 95% prevista dall’Allegato I, per evitare la perdita ingiustificata della protezione contro il carbon leakage per gli impianti che hanno investito per primi nella decarbonizzazione.
  3. Ricalcolare la quota di assegnazione gratuita per garantire un livello adeguato di quote e prevenire riduzioni non mirate tra i diversi settori.
  4. Rimuovere le condizionalità legate all’assegnazione gratuita, assicurando una protezione efficace contro il carbon leakage e riducendo gli oneri amministrativi.
  5. Aumentare la soglia per l’esclusione dei piccoli emettitori dall’ETS, al fine di alleggerire il carico amministrativo sugli impianti con impatto climatico minimo.
  6. Ridurre il tasso di assorbimento della Riserva di stabilità del mercato (Market Stability Reserve), per evitare un irrigidimento artificiale del mercato e aumenti ingiustificati dei costi del carbonio.

Secondo Cepi, esiste una solida motivazione per una revisione mirata del quadro normativo, in quanto l’industria si trova stretta tra i costi diretti dell’ETS e quelli indiretti dell’energia elettrica, mentre il settore elettrico è ancora in fase di decarbonizzazione.

Transizione verso l’economia circolare: bioeconomia e decarbonizzazione richiedono stabilità normativa e prevedibilità degli investimenti nel quadro ETS.

Le decisioni relative al periodo 2026-2030 si sono basate su ipotesi che non riflettono né le condizioni di mercato attuali né quelle esistenti al momento della revisione della Direttiva ETS.

La valutazione d’impatto della Commissione europea ipotizzava un prezzo del carbonio di 50 €/tCO₂ entro il 2030, mentre già nel 2025 i prezzi hanno raggiunto livelli compresi tra 75 e 85 €/tCO₂. Dal 2021 i prezzi ETS1 hanno costantemente superato i 50 €/tCO₂, con un picco intorno agli 80 €/tCO₂ nel biennio 2022-2023, una flessione a circa 65 €/tCO₂ nel 2024 e oscillazioni tra 60 e 85 €/tCO₂ nel 2025.

Secondo le analisi più recenti, il divario di costo legato alla CO₂ tra l’Europa e altre sei regioni globali è destinato ad ampliarsi ulteriormente, con il rischio di raddoppio del gap tra il 2025 e il 2030 per alcune tipologie rappresentative di carta.

Anche sul fronte energetico, nonostante un parziale allentamento rispetto al picco del 2022, i prezzi nell’UE rimangono strutturalmente superiori ai livelli pre-crisi. Nel 2023, per i settori ad alta intensità energetica, i prezzi dell’elettricità risultavano mediamente doppi rispetto al 2019, mentre il gas naturale, pur in calo, restava ben al di sopra delle medie storiche.

I produttori europei continuano a scontare uno svantaggio competitivo rispetto a concorrenti in Cina e negli Stati Uniti, dove i costi energetici sono stimati almeno del 20% inferiori e i costi complessivi di produzione almeno del 10% più bassi.

Le analisi sul funzionamento del mercato elettrico all’ingrosso indicano inoltre che la decarbonizzazione del sistema elettrico non comporterà automaticamente una riduzione dei prezzi prima del 2030, poiché gli impianti alimentati da combustibili fossili – in particolare il gas – continueranno a determinare i prezzi per molte ore dell’anno.

Poiché la quasi totalità delle emissioni fossili del settore deriva dalla combustione di combustibili, l’accesso a energia a costi competitivi e priva di combustibili fossili è essenziale per proseguire nella decarbonizzazione. Per raggiungere gli obiettivi climatici al 2030, la quota di combustibili fossili nel mix energetico europeo dovrà ridursi in modo significativo, passando da circa il 70% nel 2022 a circa il 57% nel 2030, gestendo attentamente l’impatto su costi e competitività.

L’aumento strutturale dei costi dell’energia e della CO₂ incide sulla competitività delle filiere strategiche europee.

La prevedibilità normativa è considerata fondamentale per sostenere gli investimenti industriali. Un esempio riportato evidenzia come un investimento superiore a 250 milioni di euro in un singolo stabilimento cartario, finalizzato a raggiungere il 98% di produzione priva di combustibili fossili, con un prezzo del carbonio intorno a 70 €/tCO₂, comporterebbe risparmi annui di circa 10 milioni di euro, con un tempo di ritorno superiore a 25 anni.

Ciò dimostra l’assenza di extra-profitti e l’elevata esposizione al rischio regolatorio.

L’introduzione della soglia del 95% di biomassa per l’esclusione dall’ETS1 penalizzerebbe proprio gli impianti che hanno investito precocemente nella decarbonizzazione, escludendoli dal sistema e privandoli dell’accesso alle quote gratuite necessarie per finanziare ulteriori investimenti, alterando l’equilibrio competitivo all’interno del settore.

Secondo Cepi, una ricalibratura mirata dell’EU ETS prima del 2030 rappresenterebbe quindi uno strumento essenziale per garantire competitività, tutela occupazionale e continuità degli investimenti nella bioeconomia circolare europea, nel rispetto degli obiettivi climatici dell’Unione.

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