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C&C - fascicolo di Marzo/Aprile 2026

Verso un Patto Industriale Europeo

Oltre 1.300 organizzazioni industriali chiedono un Patto Industriale Europeo a complemento del Green Deal. Assocarta sostiene l’iniziativa: energia competitiva, revisione ETS e difesa commerciale decisive per evitare la deindustrializzazione.

Impianti industriali europei sotto pressione competitiva: costi energetici, ETS e concorrenza globale al centro del dibattito.

di: Carta&Cartiere

Si è tenuto l’11 febbraio 2026 il vertice di Anversa, con la partecipazione della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, di capi di Stato e commissari europei e del Presidente di Cepi Marco Eikelenboom, CEO di Sappi Europe, in rappresentanza dell’industria cartaria europea.

L’appuntamento si è collocato nel percorso avviato con la “Antwerp Declaration for a European Industrial Deal”, un’iniziativa sostenuta da oltre 1.300 organizzazioni industriali europee che sollecita un Patto Industriale Europeo capace di affiancare e rendere concretamente attuabile il Green Deal, riportando la competitività industriale al centro dell’agenda dell’Unione.

La scelta della data ha avuto anche un valore politico: il vertice ha preceduto l’incontro informale dei leader europei del 12 febbraio ad Alden Biesen, in Belgio, dedicato al tema della competitività. Il messaggio di fondo della Dichiarazione è chiaro: per rispettare gli obiettivi climatici, preservare l’occupazione e garantire la resilienza strategica dell’Europa, serve un quadro industriale stabile, coerente e sostenibile dal punto di vista economico.

Nel testo della Dichiarazione viene richiamata l’urgenza di “chiarezza, prevedibilità e fiducia” nella politica industriale europea. Le imprese e le organizzazioni firmatarie esprimono sostegno a un European Industrial Deal che integri il Green Deal e mantenga in Europa occupazione di qualità e capacità produttiva, evitando che la transizione si traduca in spostamento di investimenti verso altre aree del mondo.

Lorenzo Poli, Presidente di Assocarta.

Il documento ricorda che, per raggiungere la neutralità climatica al 2050 e l’obiettivo intermedio al 2040, l’Europa dovrà affrontare una sfida di scala: la produzione elettrica sarà chiamata a moltiplicarsi e gli investimenti industriali dovranno risultare sei volte superiori rispetto al decennio precedente.

Una trasformazione di queste dimensioni arriva in una fase complessa, segnata da rallentamento della domanda, aumento dei costi di produzione e crescente competizione internazionale.

Sul piano globale, la Dichiarazione richiama due fattori di pressione: da un lato un’economia statunitense favorita dal sostegno pubblico dell’Inflation Reduction Act (IRA) e dalla sua accessibilità; dall’altro una sovraccapacità cinese accompagnata da un incremento delle esportazioni verso l’Europa.

In questo scenario, le imprese evidenziano il rischio concreto di chiusure di siti, riduzioni della produzione e perdita di posti di lavoro, sottolineando la necessità di ricostruire con urgenza un “business case” per investire e produrre in Europa.

Un altro passaggio chiave del documento riguarda il concetto di Open Strategic Autonomy, ritenuto essenziale in un contesto geopolitico in rapida evoluzione. La Dichiarazione sottolinea che tale autonomia può essere perseguita solo se le industrie di base e ad alta intensità energetica restano e investono in Europa.

In mancanza di una politica industriale mirata, l’Unione rischierebbe di diventare dipendente anche per beni fondamentali, materie prime e prodotti chimici, scenario giudicato non sostenibile né sul piano economico né su quello strategico.

Il testo si traduce in un pacchetto articolato di richieste rivolte ai Governi degli Stati membri e alle istituzioni europee del prossimo ciclo. Tra i punti principali, la Dichiarazione chiede di collocare l’Industrial Deal al cuore della nuova Agenda Strategica europea per il periodo 2024-2029, attraverso un piano d’azione complessivo che elevi la competitività a priorità strategica. Viene inoltre sollecitata una riduzione delle incoerenze regolatorie e degli obiettivi in conflitto, con interventi per contenere complessità legislativa e sovra-reporting.

In questo senso, le imprese chiedono anche una proposta “Omnibus” per introdurre misure correttive su regolamenti già esistenti, come primo atto del nuovo ciclo istituzionale UE.

Sul fronte delle risorse finanziarie, viene richiesta una componente robusta di sostegno pubblico, con un Clean Tech Deployment Fund dedicato alle industrie ad alta intensità energetica e coordinato con un quadro di aiuti di Stato semplificato, nel rispetto delle regole del mercato unico.

L’obiettivo indicato è consentire il de-risking degli investimenti privati nelle tecnologie pulite attraverso strumenti a supporto sia dei costi di investimento (CAPEX) sia dei costi operativi (OPEX), garantendo al tempo stesso la permanenza e la creazione di occupazione di qualità in Europa.

Vista aerea di un polo produttivo: infrastrutture, logistica ed energia sono leve strategiche per mantenere produzione e occupazione in Europa.

Un tema centrale è quello dell’energia: la Dichiarazione afferma che i costi energetici europei sono troppo elevati per competere a livello globale e che non dipendono soltanto dalle commodity, ma anche da oneri e componenti regolatorie.

Le richieste includono una strategia energetica UE con azioni concrete per favorire disponibilità e accessibilità di energia a basse emissioni (rinnovabile e nucleare), facilitare l’interconnessione elettrica transfrontaliera e sviluppare le infrastrutture per l’idrogeno e altre molecole rinnovabili e low-carbon, oltre a partnership con Paesi ricchi di risorse.

Il documento insiste inoltre sulla necessità di potenziare le infrastrutture europee: energia, digitale, CCUS (cattura, utilizzo e stoccaggio della CO₂) e riciclo vengono indicati come assi abilitanti, da sostenere anche attraverso Recovery and Resilience Facility e fondi strutturali e regionali, accelerando al contempo autorizzazioni e iter di permitting per i progetti industriali.

Viene richiamato anche il tema delle competenze: la trasformazione richiederà personale qualificato, oggi in carenza, e quindi programmi mirati di formazione e disponibilità rapida di lavoratori specializzati.

Altro capitolo rilevante è la sicurezza delle materie prime, con l’indicazione di scalare estrazione interna, capacità di lavorazione sostenibile e riciclo, insieme a nuove partnership globali. La Dichiarazione propone inoltre una Circular Carbon Strategy che incentivi soluzioni come Carbon Capture and Use (CCU), feedstock biobased e materiali avanzati, e chiede che gli strumenti di politica commerciale garantiscano un level playing field reale contro concorrenza sleale e fenomeni distorsivi, includendo misure di protezione dal carbon leakage.

Industria manifatturiera ad alta intensità energetica: la competitività europea dipende da energia accessibile, stabilità regolatoria e investimenti nelle tecnologie pulite.

In parallelo, il testo invoca politiche per stimolare la domanda di prodotti net-zero, low-carbon e circolari, attraverso impronte ambientali trasparenti e iniziative di procurement pubblico e privato.

Viene inoltre indicata la necessità di rafforzare e rendere più coerente il mercato unico, riducendo la frammentazione legata alle diverse implementazioni nazionali della normativa europea e creando un vero mercato comune anche per rifiuti e materiali riciclati, oltre che un mercato europeo dell’energia pienamente integrato.

La Dichiarazione dedica attenzione anche al quadro dell’innovazione, chiedendo un approccio più pragmatico, orientato al trasferimento dalle fasi dimostrative alle tecnologie commerciali “first of a kind”, e includendo strumenti come regulatory sandboxes e tutela della proprietà intellettuale.

Sul piano della governance, viene proposto un assetto istituzionale che assicuri risultati, indicando l’opportunità di una figura di First Vice-President responsabile della consegna dell’Industrial Deal e del coordinamento efficace delle politiche industriali europee.

In questo quadro, Assocarta, insieme all’industria cartaria italiana, ha espresso sostegno alla Dichiarazione di Anversa e all’urgenza di politiche industriali europee in grado di garantire investimenti, occupazione e transizione climatica. Il settore cartario europeo rientra tra le industrie manifatturiere ad alta intensità energetica che, complessivamente, generano oltre 1.500 miliardi di euro di fatturato e occupano 6,6 milioni di lavoratori diretti in Europa.

“Le industrie ad alta intensità energetica stanno affrontando pressioni senza precedenti”, ha dichiarato il Presidente di Assocarta Lorenzo Poli. “I costi dell’energia sono circa il doppio rispetto al periodo pre-crisi, i prezzi dell’ETS sono quadruplicati rispetto al pre-Covid e le pratiche commerciali sleali, aggravate dai dazi statunitensi, stanno erodendo la competitività. Senza interventi immediati su energia, ETS e difesa commerciale, il rischio di una deindustrializzazione irreversibile è concreto”.

Poli ha richiamato anche le asimmetrie nei costi energetici e ambientali tra Stati membri, che penalizzano la produzione nazionale e favoriscono la delocalizzazione degli investimenti.

Coordinamento tra imprese e istituzioni: il Patto Industriale Europeo punta a rafforzare integrazione, competitività e coerenza normativa nel mercato unico.

Accanto alla crisi energetica, il settore cartario italiano si confronta con il cosiddetto ‘paradosso del riciclo’.

“L’Italia è leader nel riciclo della carta, ma ogni anno esporta oltre 1,7 milioni di tonnellate di macero, circa un quarto della raccolta nazionale, per poi reimportare prodotti realizzati con la nostra stessa materia prima. Così si perdono valore industriale, benefici ambientali e posti di lavoro”, ha evidenziato Poli.

Nel 2025 hanno cessato l’attività sei cartiere su circa 150 impianti presenti nel Paese. Il sistema opera sotto la soglia ottimale del 90-95% di utilizzo della capacità produttiva, spingendo l’export di materia prima anziché il riciclo di prossimità e una maggiore integrazione industriale sul territorio.

“La Dichiarazione di Anversa indica una direzione chiara”, ha concluso Poli. “Servono energia competitiva, un ETS sostenibile e politiche industriali europee coerenti per mantenere la produzione in Europa. Senza industria, non c’è transizione verde né vera economia circolare”.

Nel complesso, il messaggio che emerge dalla Dichiarazione è che l’Europa non può permettersi una transizione disgiunta dalla produzione. Il Green Deal richiede tecnologie, impianti, materiali e soluzioni industriali che devono essere sviluppati e implementati con scala e rapidità.

Perché ciò avvenga, è necessario che il continente resti un luogo in cui sia conveniente investire e produrre, con regole coerenti, costi energetici competitivi e strumenti capaci di accompagnare davvero la trasformazione. In questa prospettiva, l’Industrial Deal viene indicato come condizione necessaria per mantenere in Europa un tessuto manifatturiero solido e per rendere la transizione verde non solo un obiettivo ambientale, ma anche un percorso industriale e sociale sostenibile

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